Pubblicità

La brutale sconfitta di Trump alle elezioni di metà mandato non ci dice ancora molto sui democratici, ma ci dice molto su Trump e su quanto abbia stravolto la tradizione repubblicana. E conferma una regola che vale da Budapest a Belgrado: gli estremisti non sono adatti a governare una democrazia moderna, e prima o poi vengono sfiancati dall’ostilità degli elettori. È successo a Viktor Orbán in Ungheria, a Mateusz Morawiecki in Polonia e, dieci giorni fa, a Aleksandar Vučić in Serbia. Le democrazie, e speriamo che i democratici americani lo capiscano, si governano dal centro, guardando a destra o a sinistra secondo le stagioni. Gli elettori possono sbagliare una volta, magari due. Ma quando i monumenti di arroganza e demagogia cominciano a crollare addosso a loro e alle loro famiglie, si accorgono dell’inganno in cui sono caduti e del rischio mortale che hanno corso.

Prima che chiudessero i seggi, al telefono con CBS, Donald Trump aveva rivendicato «il potere supremo», quello di veto, e si era detto felice di diventare «Mr. Veto». A sconfitta avvenuta si è congratulato con i democratici e ha spiegato, in sostanza, che si metteranno d’accordo con lui, altrimenti bloccherà tutto. Poi, con Politico, ha ammorbidito ancora: non vuole passare due anni a respingere leggi. Forse si è reso conto che il Congresso ha poteri ai quali non basta opporre la faccia feroce. Il veto funziona se sulla sua scrivania arriva una legge che non gli piace. Ma a chi pensa di restituire, senza firma, la convocazione di un suo ministro davanti a una commissione?

Per misurare la sconfitta conviene partire dal Texas. Su pressione di Trump, nel 2025 i repubblicani avevano ridisegnato i collegi della Camera per strappare cinque seggi ai democratici. Avevano fatto i conti con gli elettori del 2024, ma quelli del 2026 gliene hanno concesso uno solo e in cambio hanno tolto loro due collegi repubblicani, oltre al governatore e a un seggio al Senato. In Kansas, un democratico non vinceva un seggio al Senato dal 1932. In Ohio Sherrod Brown torna al Senato e i democratici conquistano anche il governatorato.

Quale garanzia americana ha funzionato? La più elementare. A metà del mandato si può votare contro il presidente. Si rinnova l’intera Camera e circa un terzo del Senato. Gli Stati organizzano il voto con regole anche molto diverse fra loro. Dopo di che il presidente resta al suo posto, ma non può sciogliere le Camere che gli sono diventate ostili. La sovranità popolare non è una formula.
Robert Garcia, il democratico più alto in grado nella commissione di Vigilanza della Camera, che da gennaio la presiederà, ha già indicato le sue priorità: gli affari della famiglia Trump, a cominciare dalle criptovalute, gli abusi della polizia dell’immigrazione e la gestione dei file Epstein. La notte del voto ha scritto due parole: «Lawyer up», trovatevi un avvocato.

Dal 3 gennaio potrà fissare audizioni, convocare funzionari sotto giuramento e ordinare la consegna di documenti pertinenti all’attività legislativa. La Casa Bianca potrà opporre il segreto su alcune comunicazioni, e in quel caso la controversia finirà davanti a un giudice. Intanto qualcuno dovrà spiegare in pubblico chi ha dato un ordine, in base a quale legge e spendendo quanto. Il Senato, a sua volta, potrà respingere i candidati di Trump a un’ambasciata o a un tribunale federale. Al presidente resterà soltanto la possibilità di proporne un altro.

Per gli europei la prova più seria riguarda l’Ucraina. Il Congresso può votare i fondi per la difesa di Kyjiv, vincolarne la destinazione e pretendere dal Pentagono il rendiconto delle consegne. Trump conserva il veto, e per superarlo servono i due terzi dei votanti in ciascuna Camera. Ma anche lui, quando chiederà denaro per una sua priorità, avrà bisogno dei democratici. E una volta che lo stanziamento è legge, il presidente è tenuto a rispettarlo. Il precedente esiste: nel gennaio 2020 il Government Accountability Office, l’organo di controllo dei conti che risponde al Congresso, stabilì che la prima amministrazione Trump aveva violato la legge congelando, per ragioni di politica estera, circa 214 milioni di dollari di aiuti militari destinati proprio all’Ucraina.
Resta però una distanza politica fra un dollaro votato a Washington e un missile antiaereo che arriva a Kyjiv.

A guidare il Pentagono, a trattare con Mosca e a parlare per gli Stati Uniti al Consiglio atlantico sarà ancora Donald Trump. Una legge del 2023 gli vieta di ritirare il Paese dalla NATO senza il consenso dei due terzi dei senatori presenti o un atto del Congresso. Ma per far dubitare Varsavia o Vilnius che l’America accorrerebbe in loro aiuto, a Trump basta un’intervista. Dal voto americano l’Europa ricava un interlocutore più disponibile a Washington. La responsabilità di decidere chi difenderà i cieli ucraini, però, resta anche nostra.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi

L’articolo Trump fa il bullo col Congresso, ma non può mettere il veto alle inchieste della Camera proviene da Linkiesta.it.

Powered by WPeMatico

Visualizzazioni: 3
- / 5
Grazie per aver votato!