
L’altro ieri la procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, cinquantun anni dopo e dopo due istanze respinte, nel 2016 e nel 2023. Si riparte da immagini d’epoca del telegiornale, da una rilettura di materiali già noti e da un testimone che nessuno ha ancora ascoltato. Che Pino Pelosi non fosse solo è un’ipotesi che si può verificare. Ma da mezzo secolo una parte dell’Italia non vuole un assassino qualunque: un intellettuale di quella statura non può essere morto per una notte finita male all’Idroscalo. Una grande vittima, appunto, richiede un grande complotto, un mandante, un libro da far tacere. “Petrolio” uscì diciassette anni dopo, e non risulta che abbia fatto tremare nessuno. Curioso, poi, come nacque l’inchiesta del 2010: dalle parole di Marcello Dell’Utri sul presunto ritrovamento di un capitolo scomparso del romanzo.
Dell’Utri, appunto. Nino Di Matteo ha presentato un esposto contro il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, accusato di aver svuotato il gruppo stragi della Dna. Tradotto: un pm lamenta che il suo capo non gli dà gli strumenti per inseguire la tesi di una vita, quella che lega le bombe del 1992-93 a Silvio Berlusconi e alla nascita di Forza Italia. Firenze quel filo lo tira da trent’anni. A gennaio, il gip ha archiviato il procedimento principale, a giugno ha chiuso la posizione di Dell’Utri: sesta archiviazione. Ma il teorema non si arrende e rientra dalla finestra nel processo a Salvatore Baiardo, il gelataio di Omegna già condannato per aver favorito la latitanza dei Graviano. Oggi è imputato di calunnia perché ha negato di aver mostrato a Massimo Giletti una foto di Berlusconi con Giuseppe Graviano. Nessuno l’ha mai vista, Giletti dice di aver riconosciuto Berlusconi e il generale Francesco Delfino ma non Graviano, e Graviano stesso la chiama una falsità. Intanto sfilano i pentiti, e il processo diventa un bis sulle stragi, con un grande assente che non può più difendersi.
Non ogni riapertura è un capriccio, ed è questo il punto. Beniamino Zuncheddu ha scontato quasi trentatré anni prima che la revisione lo assolvesse, perché il testimone chiave ritrattò e ammise che un poliziotto gli aveva mostrato la foto prima del riconoscimento. A Garlasco, dopo due assoluzioni e una condanna definitiva, nuove analisi hanno portato a indagare un altro uomo. Lì c’è un fatto nuovo, e c’è una persona che paga. Un magistrato che riapre per una persona fa giustizia, uno che riapre per un teorema fa lo storico, senza il mestiere, e a spese nostre.
L’articolo Pasolini e altri delitti, quando i magistrati inseguono un teorema proviene da Linkiesta.it.
Powered by WPeMatico
