
I governi europei aumentano rapidamente le spese militari, ma continuano a difendere le proprie industrie e prerogative nazionali. Riarmare ventisette Stati non equivale a costruire una difesa europea: il rischio è spendere molto di più senza ottenere una capacità militare proporzionata.
Per anni la Francia ha chiesto alla Germania di assumersi maggiori responsabilità nella difesa europea. Ora che Berlino investe massicciamente nel riarmo, Parigi scopre che una Germania militarmente più forte potrebbe diventare anche una concorrente industriale più temibile.
Lo mostra il Main Ground Combat System, il progetto franco-tedesco del 2017 per sostituire i carri armati Leopard 2 e Leclerc. L’8 ottobre, il capo di Stato maggiore francese, generale Fabien Mandon, ha detto all’Assemblea nazionale che Berlino aveva deciso di ritirarsi; il giorno dopo i ministri della Difesa Catherine Vautrin e Boris Pistorius hanno assicurato che il programma non è finito. Formalmente è vero, ma resta soltanto la parte tecnologica, non più il carro condiviso: la Germania ha avviato uno studio nazionale per il successore del Leopard 2, e la Francia vuole cominciare i propri nel 2027.
Era già successo con il caccia di sesta generazione. A giugno, Friedrich Merz ed Emmanuel Macron hanno dichiarato chiusa la costruzione di un velivolo comune, dopo una disputa fra Airbus e Dassault che la politica non ha saputo ricomporre. Parigi punta su un caccia nazionale, mentre Berlino sonda l’ingresso nel GCAP di Regno Unito, Italia e Giappone: il tedesco Pistorius parla di primi colloqui e di nuovi incontri nelle prossime settimane.
Il problema non è soltanto industriale. È politico: ciascun governo usa la nuova spesa anche per sostenere le imprese nazionali, conservare posti di lavoro e controllare le tecnologie strategiche. La cooperazione funziona finché questi interessi coincidono.
Intanto la spesa cresce. Secondo l’Agenzia europea per la difesa, nel 2025 i Ventisette hanno speso 418 miliardi di euro, il 20 per cento in più, e nel 2026 saliranno a 454. Ma solo il 24 per cento degli equipaggiamenti è acquistato con programmi congiunti, lontano dal 35 per cento fissato già nel 2007. L’Europa non soffre soltanto di scarsità di risorse, ma della loro frammentazione: sistemi diversi, programmi duplicati, costi moltiplicati.
La Commissione cerca di rimediare. Safe mette a disposizione fino a 150 miliardi di prestiti per gli acquisti comuni, e la tabella di marcia sulla prontezza difensiva fissa il 40 per cento di approvvigionamenti congiunti entro il 2027. Sono passi importanti, ma comprare insieme non significa avere una politica di difesa comune.
Naturalmente esistono ragioni legittime per conservare alcune capacità nazionali: esigenze operative diverse, il ruolo della Nato, il rischio di burocratizzare ogni progetto. Ma nessuno Stato europeo dispone da solo di difesa antimissile, intelligence satellitare, comando, trasporto strategico e protezione delle infrastrutture critiche. E nessuno può pretendere autonomia strategica concependo la difesa come somma di autonomie nazionali.
Resta una domanda che nessun acquisto congiunto può eludere: chi comanda? I trattati di Maastricht e Lisbona, pensati per un’Europa sotto l’ombrello americano, subordinano la difesa comune all’unanimità e non sono più adeguati ai tempi: lo afferma lo stesso commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius, che in primavera ha proposto un nuovo trattato intergovernativo. Un sistema antimissile europeo o un satellite militare hanno bisogno di qualcuno che stabilisca le priorità, risponda a un parlamento e decida come impiegarli. L’Unione ha un’Alta rappresentante e un commissario alla Difesa, ma non un ministro, né una catena di comando, né un bilancio all’altezza.
C’è poi una questione più inquietante. Oggi gli arsenali dei Ventisette sono in mano a governi che in larga maggioranza si riconoscono nel progetto europeo e nell’Alleanza atlantica, ma non è detto che sarà sempre così. In Francia il Rassemblement National guida i sondaggi per le presidenziali del 2027, in Germania l’AfD si contende il primo posto, in Spagna si vota il 29 novembre con una destra che potrebbe dipendere da Vox: forze nazionaliste ostili a una maggiore integrazione europea, e in alcuni casi indulgenti verso Mosca, potrebbero arrivare al governo o condizionarlo. L’Italia, che per fortuna ha in parte rivisto le proprie impostazioni nazionaliste, mostra quanto gli orientamenti possano cambiare. Chi ha memoria dei secoli di guerre, che oggi potremmo chiamare civili, combattute sul territorio europeo, non può considerare un dettaglio che arsenali sempre più potenti restino interamente nazionali.
La guerra russa contro l’Ucraina e l’incertezza sugli Stati Uniti rendono urgente il rafforzamento militare. Ma l’urgenza può produrre ventisette eserciti più armati oppure una capacità europea di difesa integrata, capace anche di rafforzare il pilastro europeo della Nato. Il contrasto franco-tedesco mostra quanto sia ancora difficile il passaggio dall’una all’altra.
Il rischio non è soltanto che l’Europa spenda troppo poco per difendersi. È che spenda molto di più per continuare a difendersi separatamente.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
L’articolo L’Europa si riarma, ma non si sa ancora chi comanderà il suo esercito proviene da Linkiesta.it.
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