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È comparso su Facebok un lungo post di Josephine Ariel Lettera, un passaggio ineludibile verso una discussione aperta su come si è formato il clima di odio verso Israele che vediamo tracimare dai social alle piazze.

Si parte da un’immagine: una matricola di vent’anni, senza autonomia critica, che del Vicino Oriente conosce solo gli slogan dei cortei e le assemblee dei collettivi. Cerca punti di riferimento autorevoli e apre i manuali di Sociologia, Relazioni internazionali, Storia del Medio Oriente. Non trova storia documentale, analisi delle fonti primarie, dialettica tra modelli interpretativi. Trova quello che l’autrice chiama un imbuto cognitivo: una fabbrica ideologica costruita dagli anni Settanta, che ha sostituito il dubbio scientifico con un catechismo. Tra le figure presentate come icone neutrali della legalità internazionale cita Francesca Albanese, il cui lessico sarebbe quello della militanza terzomondista.

Seguire i soldi. Per capire perché certi concetti siano diventati egemoni, dice Lettera, bisogna ricordare la massima di Giovanni Falcone.

Secondo gli studi dell’ISGAP e i report del Dipartimento dell’Educazione americano, negli ultimi vent’anni la principale fonte estera di finanziamento dei campus occidentali è stata il Qatar, attraverso la Qatar Foundation. Cattedre, centri di studi islamici e mediorientali, borse di ricerca: un mecenatismo che non sarebbe mai stato neutrale, perché Doha è il santuario dei Fratelli Musulmani e ha ospitato i vertici di Hamas.

L’obiettivo sarebbe ripulire l’islamismo politico, trasformandolo da totalitarismo teocratico in movimento di emancipazione. Con un doppio registro: sermoni radicali in arabo, linguaggio intersezionale in inglese per i giovani occidentali.

Quattro testi-feticcio sono diventati lenti obbligatorie di lettura della realtà: “I dannati della terra” di Frantz Fanon, con la prefazione di Jean-Paul Sartre, che trasforma la violenza del colonizzato in un processo catartico. Ma i pieds-noirs avevano una madrepatria a cui tornare; gli ebrei israeliani no, e sono un popolo indigeno tornato nella terra dei suoi avi; “Orientalismo” di Edward Said, che ha prodotto intimidazione metodologica: chi studia dhimma, jihad o antisemitismo teologico viene bollato come islamofobo, riducendo 1400 anni di conquiste e guerre confessionali a una reazione all’occidente; i testi di Patrick Wolfe e Lorenzo Veracini, per cui «l’invasione è una struttura, non un evento», una categoria a priori che consente di gridare all’apartheid e al genocidio a prescindere dai fatti; le dichiarazioni, poi ritrattate, di Judith Butler, che nel 2006 definì Hamas e Hezbollah movimenti progressisti della sinistra globale, ponte ideologico per cui femministe e movimenti queer sfilano accanto a organizzazioni che impiccano gli omosessuali e segregano le donne.

La parola «resistenza» si è poi trasformata nel suo opposto. Il 7 ottobre, mentre Israele non aveva ancora sganciato una bomba su Gaza, reti studentesche come SJP pubblicavano comunicati coordinati. Il massacro non è stato condannato, è stato ribattezzato «resistenza». Per Ariel Lettera, la parola produce due effetti: evoca l’antifascismo e disattiva i freni morali dell’opinione pubblica democratica; e retrocede i giovani del festival e i kibbutznik a «occupanti fascisti», la cui morte diventa persino auspicabile. Ma la tesi della disperazione materiale non spiega i festeggiamenti al Cairo, ad Amman, nel Golfo, né quelli di giovani musulmani di seconda e terza generazione a Londra, Berlino e Milano.

Quattro realtà vengono invece censurate: il colonialismo arabo-islamico dal VII secolo: popoli arabizzati con la forza, dhimmi costretti a pagare la jizya. Israele sarebbe, in questa lettura, una decolonizzazione indigena; i Mizrahim, oltre 850.000 ebrei cacciati dai Paesi arabi; l’imperialismo teocratico iraniano su Beirut, Damasco, Baghdad e Sana’a; il razzismo delle basse aspettative: ridurre martirio, jihad e Dar al-Harb a reazioni economiche significa trattare i popoli mediorientali come incapaci di intendere e di volere.

Quando i fatti arrivano sul tavolo, il fronte militante risponde con formule fisse. «Negate l’autodeterminazione dei palestinesi»: ma Israele accettò la spartizione nel 1947, firmò Oslo, lasciò Gaza nel 2005, e il rifiuto costante di ogni offerta mostra che lo scopo non è uno Stato accanto a Israele. «È una crociata islamofoba»: al contrario, denunciare il conformismo di clan non lascia soli i musulmani laici, riformatori e dissidenti. «L’ONU condanna all’unanimità Israele»: ma le sentenze si emettono nelle sedi giudiziarie, non nelle maggioranze dell’Assemblea generale. E nelle cattedre di diritto internazionale la proporzionalità viene spacciata per contabilità dei morti, mentre nelle Convenzioni di Ginevra è un bilanciamento tra danno collaterale e vantaggio militare. Il genocidio richiede il dolus specialis. Quando il diritto diventa tribuna politica, scrive Lettera, si chiama lawfare.

Non serve la contropropaganda urlata, scrive l’autrice, e non serve censurare Fanon, Said, Wolfe e Butler: l’interdizione darebbe loro l’aura del pensiero proibito. Vanno affrontati in campo aperto, con la freddezza del perito d’archivio, opponendo agli assiomi i documenti storici a disposizione di tutti come gli archivi dell’Alleanza Israelitica Universale sulla dhimma e sui pogrom, da Damasco 1840 al Farhud di Baghdad; le monete asmonaiche, sigilli, iscrizioni paleo-ebraiche, sinagoghe dissepolte; iregistri catastali ottomani e mandatari, con le terre acquistate dai latifondisti assenteisti; la tracciabilità dei flussi esteri nelle università.

Da una parte quattro costrutti teorici fatti di astrazione e omissione, dall’altra contratti notarili, monete e estratti conto. Basta pretendere l’esame dei documenti, è la conclusione: la propaganda trionfa solo dove regna l’analfabetismo storico.

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