
Una nave che trasporta grano non porta soltanto il raccolto di un paese. Porta il reddito di chi lo coltiva e il pane di chi lo compra. Rendere impraticabile la sua rotta significa colpire entrambi. È anche così che la guerra esce dall’Ucraina ed entra nella vita di chi si crede al riparo.
Ieri il Financial Times ha definito il Mar Nero come la rotta marittima più letale del 2026: oltre 570 navi colpite e almeno quaranta marinai morti, secondo Ambrey e l’Organizzazione marittima internazionale. L’inchiesta documenta attacchi di entrambe le parti, anche contro gli equipaggi, e attribuisce alla Russia circa il 90 per cento di quelli degli ultimi quarantacinque giorni.
È una lettura che consiglierei a Matteo Salvini. Il 16 luglio, intervenendo all’assemblea degli imprenditori italiani in Russia, il vicepremier ha contestato l’efficacia delle sanzioni e sostenuto che rinunciare al gas russo danneggia la nostra economia senza avvicinare la fine del conflitto. Ha anche riconosciuto la distinzione fra aggressore e aggredito. Bene: quella aggressione dovrebbe entrare anche nel conto economico planetario. Ma da questo orecchio Salvini non ci sente. Ieri nel concludere il congresso della Lega – contrassegnato dallo slogan “Lega di lotta e di governo”, che appare grottesco per un partito che vanta il vicepresidente del Consiglio e il ministro dell’Economia – ha ribadito una linea molto gradevole per il Cremlino: “né soldi né armi per l’Ucraina”. Elusiva invece la segretaria del Pd che ieri a Montepulciani ha dedicato all’Ucraina mezzo minuto in un discorso di oltre cinquanta minuti, rinnovando la richiesta di un negoziatore europeo. Punto e basta, e un ammiccamento a Conte.
Entrambi sono in forse non gradita sintonia con Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, che sempre ieri ha dichiarato che L’Unione Europea «desidera da tempo nominare un negoziatore, ma o non può, o non riesce a decidersi a farlo. Questa posizione difficilmente può essere definita costruttiva e per ora si limitano a parlare, senza intraprendere alcuna azione»
Si può discutere dell’efficacia di ogni sanzione, correggerla, valutarne i costi. Ma un bilancio serio deve comprendere anche il prezzo dell’aggressione e quello che pagheremmo lasciando all’aggressore la possibilità di condizionare i commerci con la forza. L’interesse nazionale comprende le imprese che vorrebbero tornare sul mercato russo; comprende anche quelle che hanno bisogno di rotte sicure e di regole rispettate. Ostacolare il trasporto di una merce essenziale significa esporre chi la compra a maggiori costi e incertezze.
Questo vale a maggior ragione per i paesi più poveri. Per questi, con meno risorse per cercare fornitori alternativi, il margine di sicurezza è ancora più stretto. Le esportazioni agricole ucraine via mare sono scese ad agosto a 1,4 milioni di tonnellate – ha calcolato FT – circa il 75 per cento sotto i livelli prebellici. Anche la Russia deve ricorrere a rotte più costose. Gli importatori lontani, dall’Africa occidentale all’Indonesia, sono costretti a cercare altri fornitori. Il danno rischia poi di protrarsi: meno ricavi dalle esportazioni significano meno denaro per finanziare le prossime semine.
È essenziale per l’Europa mettere anche la protezione dei traffici civili nel carnet della propria iniziativa politica: chiedere impegni verificabili, sostenere le vie alternative e considerare la sicurezza commerciale parte della propria sicurezza. A Salvini, così attento al costo delle sanzioni, resta dunque una domanda: quanto costa lasciare a Putin il potere di decidere a quali condizioni gli altri possono commerciare? Anche questa è una voce del conto.
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