
C’è questa bizzarra teoria sulla pace in Ucraina secondo cui la guerra finirà soltanto smettendo di mandare agli ucraini le batterie antimissili che proteggono le città e i civili della nazione aggredita. Il corollario di questa stravagante teoria, che alcuni sostengono sia di sinistra, ma che in realtà è stata già messa in pratica da Donald Trump a maggior gloria di Vladimir Putin, è che dovremmo riprendere i rapporti commerciali, in particolare energetici, con la Russia, che, a quel punto, grazie a questi sedicenti pacifisti, non solo troverebbe i cieli e il terreno liberi per distruggere e avanzare come non gli è riuscito in quasi cinque anni sul campo di battaglia, ma questo avanzamento sarebbe addirittura finanziato dai paesi occidentali.
A dimostrazione che questi non sono pacifisti, ma guerrafondai pro-Russia (grazie, Christopher Hitchens, per la definizione), in effetti è probabile che, seguendo queste idee strampalate, la guerra finisca, ma con essa finirebbe anche l’Ucraina e la difesa dell’Europa (salvo che poi la guerra continuerebbe da qualche altra parte, nel Baltico, in Moldova, in Polonia o altrove, ma dai geopolitici alle vongole che infestano il discorso pubblico italiano non si può pretendere molto di più).
Poi ci sono gli ipocriti, per non dire altro, promotori della soluzione diplomatica e amareggiati per l’assenza dell’Europa in questo processo di pacificazione, i quali, però, dimenticano che la soluzione diplomatica e la presenza europea nel processo di pacificazione sono fallite più volte per il preciso rifiuto russo a partire dal 2014, ma in realtà anche da prima, almeno dal 2008, da quando la Russia ha invaso la Georgia. Il consenso generale, dall’America all’Europa, è stato quello di consentire a Putin di fare più o meno quello che gli piaceva.
Gli stolti, inoltre, dimenticano che ogni giorno, ogni maledetto giorno, da anni, i russi rifiutano tutte le ipotesi negoziali che non siano lo smembramento della nazione ucraina e della sua identità culturale, ancor prima della cessione dei territori contesi.
Dietro la richiesta di nuove iniziative diplomatiche, che i russi peraltro non accettano, c’è un gigantesco e insincero non detto: fin qui la Russia ha rigettato anche le più generose aperture trumpiane, presentategli sui tappeti rossi in Alaska e altrove, anche perché il Cremlino sa – e lavora intensamente affinché ciò accada – che a breve la linea Trump potrebbe prendere il sopravvento anche in Europa, con Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, entrambi filorussi e antieuropei, che a primavera potrebbero contendersi il ballottaggio francese e cambiare la rotta europeista di Emmanuel Macron, il quale peraltro aveva tentato in tutti i modi di far ragionare Putin, usando perfino la famigerata carta del «non umiliare la Russia».
C’è poi l’ascesa dei neonazi e dei rossobruni in Germania. Vedremo se ci sarà un’ondata nera in Spagna, per non parlare del Regno Unito. Arrivano buone notizie – e in controtendenza – dalla Serbia (come già dall’Ungheria e dalla Moldova), dove ieri il governo filorusso di Aleksandar Vučić ha perso le elezioni.
Infine c’è l’Italia, a offrire una grande speranza alla Russia per un 2027 glorioso. Siamo, come al solito, il paese guida della nuova ondata filorussa e rossobruna, con il vicepremier Matteo Salvini che, nel giorno dell’anniversario del patto politico della Lega col partito di Putin, è stato rieletto segretario, promettendo che in Consiglio dei ministri ora si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina.
Una posizione che trova qualche timida accoglienza nel partito del fu «lettone di Putin» e nelle file dei Fratelli d’Italia, minacciati ideologicamente dall’ex generale pro-russo Roberto Vannacci. Per ora, a parole, Giorgia Meloni resiste, anche se un po’ meno nei fatti, ma quanto potrà durare questa posizione sotto costante attacco di Salvini, Vannacci e del centrosinistra a vocazione contiana?
Dall’altra parte, le cose sono speculari e altrettanto deprimenti, con Giuseppe Conte che fece sfilare l’esercito russo lungo le strade italiane durante il Covid, alla guida di una setta anti-occidentale che organizzava viaggi nella Crimea occupata e partecipava festante ai congressi russi del partito unico di Putin.
Conte, come Salvini e Vannacci, con il quale, infatti, vota di conseguenza al Parlamento europeo, si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina assieme alla sinistra-sinistra di Avs e ad alcuni degli aspiranti centristi del campo largo, da Alessandro Onorato a Vincenzo De Luca.
Conte esercita un’egemonia deleteria sulla sinistra, o presunta tale, e costringe sempre più il Partito Democratico ad abbandonare la posizione sull’Ucraina che ha tenuto dal 2022 assieme alla famiglia politica socialista europea, in un’oscena e bizzarra spirale di resa al populismo e alla linea Trump.
Con questo scenario elettorale, che nel 2027 potrebbe smembrare l’Europa e dare il via libera alle mire imperialiste di Mosca, per quale motivo uno come Putin, che finora non ha avuto nessuna intenzione di fermare la guerra, dovrebbe farlo proprio ora, quando la Francia e l’Italia potrebbero facilitargli la strada verso Kyjiv che i suoi carri armati non sono riusciti a percorrere?
La guerra scatenata da Putin si può fermare soltanto in un modo: proteggendo gli ucraini e aiutandoli a respingere missili, droni e scarponi chiodati di Mosca, fino al punto da rendere insostenibile lo sforzo finanziario e umanitario per l’economia e la società russa.
Questa cosa, al momento, la capiscono soltanto i paesi dell’ex Patto di Varsavia, che a ogni elezione democratica spiegano al resto d’Europa di non voler tornare sotto il giogo russo; la Gran Bretagna; i rappresentanti dell’Unione europea; i liberali, i socialisti e i democratici europei; Giorgia Meloni, perfetta a parole, meno con i fatti; e il piccolo ma combattivo spazio politico occupato da Carlo Calenda, Pina Picierno (e in Francia da Raphaël Glucksmann), assieme alla minoranza sempre più martoriata e indebolita del Partito Democratico.
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