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State of the Health Lilly

Più della metà del costo sociale del diabete di tipo 2 in Italia non viene pagata dal sistema sanitario. Ricade su pazienti, famiglie, imprese e previdenza. E circa il novanta per cento del costo attribuito alla malattia è legato alle complicanze. Ogni anno il conto complessivo arriva a circa venti miliardi di euro, ma solo il quarantasei per cento riguarda direttamente la sanità. Anche dentro la spesa sanitaria il peso maggiore non sta nei farmaci per abbassare la glicemia. Il costo diretto medio è di circa duemilaottocento euro per paziente all’anno: il quarantuno per cento è assorbito dai ricoveri, mentre i farmaci ipoglicemizzanti rappresentano meno del nove per cento.

Il problema, quindi, non è soltanto quanto costa curare una persona con diabete, ma quanto costa arrivare alla cura quando la malattia ha già prodotto altre conseguenze. Una diagnosi tardiva, un controllo che non viene mantenuto, un passaggio poco fluido fra medico di medicina generale e specialista possono trasformarsi, nel tempo, in un ricovero, in una nuova patologia o in costi che finiscono fuori dal bilancio sanitario.

È anche per questo che in Italia si sta iniziando a guardare alla capacità del Servizio sanitario nazionale di gestire una malattia cronica non solo come una questione clinica, ma come una questione organizzativa. La Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) ha chiamato questa capacità readiness e nel 2026 ha avviato un progetto che coinvolge Puglia, Veneto, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio, per capire come rafforzare la presa in carico delle persone con diabete di tipo 2. La prima tappa, in Puglia, ha evidenziato un sistema con solide competenze cliniche ma ancora segnato da percorsi non uniformi, difficoltà nell’integrazione fra ospedale e territorio e differenze nell’accesso a screening e interventi precoci.

La distinzione è importante. Non è tanto che in Italia manchino medici, competenze o strumenti. Significa che non sempre questi elementi compongono lo stesso percorso. Una decisione clinica deve entrare in un’organizzazione capace di intercettare il paziente, trasmettere le informazioni, verificare che il trattamento stia funzionando e intervenire quando qualcosa si interrompe.

Anche la medicina ha cambiato obiettivo. Nel diabete di tipo 2 non si tratta più soltanto di riportare la glicemia sotto una soglia, ma di intervenire precocemente e insieme su glicemia, peso, pressione e lipidi. Un consenso Delphi tra specialisti italiani ha trovato un accordo unanime sull’importanza di questo approccio, ma ha stimato che il controllo simultaneo venga raggiunto in non più del trenta per cento circa dei pazienti che seguono.

La distanza fra ciò che si sa e ciò che si riesce a fare va oltre i confini italiani. Una meta-analisi che raccoglie i dati di sessantatré studi e oltre 1,6 milioni di persone con diabete di tipo 2 mostra che soltanto il dodici per cento raggiunge contemporaneamente i target glicemico, pressorio e lipidico. E tra il 1997 e il 2023 non emerge un miglioramento misurabile del raggiungimento del target glicemico in Europa e Nord America.

Qui entra in gioco anche la capacità di misurare quello che succede. Gli Annali AMD 2025 raccolgono informazioni su oltre settecentosettantacinquemila persone con diabete seguite in 343 centri specialistici italiani e servono a misurare la qualità dell’assistenza e orientare la programmazione. Ma avere molti dati non significa ancora riuscire a collegare diagnosi, presa in carico, esiti e costi. E se non si registra ciò che succede dopo un intervento, diventa difficile misurare anche ciò che quell’intervento ha evitato.

L’Italia sta comunque provando a spostare il sistema verso la prevenzione. A maggio è stato approvato il Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, con cinquanta milioni di euro aggiuntivi per il 2026 e nuovi obiettivi comuni per le Regioni.

Un esempio concreto arriva proprio dalla Lombardia. Pochi giorni prima del Milan Dialogue il Consiglio regionale ha approvato il progetto di legge sulla rilevanza sociale dell’obesità, prevedendo una rete regionale per prevenzione e cura e percorsi multidisciplinari di presa in carico.

È un passaggio importante perché l’obesità si trova ancora più a monte della stessa traiettoria cardiometabolica. La legge nazionale del 2025 l’ha riconosciuta come malattia cronica, progressiva e recidivante, ma il passaggio dal riconoscimento normativo alla costruzione dei percorsi assistenziali è ancora in corso. Nel 2025 il 46,4 per cento degli adulti italiani era in eccesso di peso e l’11,6 per cento era in condizione di obesità, pari a cinque milioni e settecentocinquantamila persone.

È qui che il caso italiano si ricongiunge alla discussione europea di Milano di lunedì scorso. Dai dieci tavoli dell’incontro “State of Health – The Milan Dialogue” organizzato da Lilly, la più grande azienda farmaceutica al mondo, è emerso un messaggio comune: prevenzione, diagnosi precoce e accesso hanno bisogno di strumenti di misurazione, percorsi adeguatamente finanziati e responsabilità chiaramente definite.

Per l’Italia, la domanda è quindi molto concreta. Chi deve intercettare il rischio? Chi deve prendere in carico la persona dopo la diagnosi? Chi deve controllare gli esiti? E chi sostiene il costo dell’intervento quando il beneficio arriva magari anni dopo e in un altro pezzo del sistema?

Il punto non è inventare una medicina nuova. È organizzare meglio quella che già esiste. Il Missing Chapter definisce il problema come una questione di architettura del sistema, non dei clinici che ci lavorano dentro.

Nel diabete significa intercettare prima il rischio, trasformare la diagnosi nell’inizio di un percorso e impedire che le complicanze siano il momento in cui il sistema scopre il costo delle proprie interruzioni. Non basta arrivare prima con la medicina. Bisogna riuscire ad arrivare prima anche con il sistema sanitario.

L’articolo Il diabete mette alla prova la nuova sanità italiana proviene da Linkiesta.it.

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