
Ieri, al question time in Senato, Guido Crosetto ha messo in fila gli episodi: «È tutto legato: i frigoriferi, il sangue in Francia, i droni, gli aerei, le minacce». Poi ha spiegato il metodo: si chiama guerra sotto soglia «perché è sotto la soglia di attribuzione», fatta apposta «perché nessuno possa attribuirla a un colpevole». Infine la politica: «Dobbiamo abituarci a difenderci».
L’elenco del 2026 è lungo. Tra dicembre e gennaio, almeno sei cavi sottomarini danneggiati nel Baltico. Ad agosto, a Lipsia, un drone carico di esplosivo colpisce l’ala di un cargo ucraino. A settembre, oggetti piazzati in trenta punti dei binari paralizzano le ferrovie olandesi. Il 12 ottobre i frigoriferi di centinaia di supermercati francesi si trasformano in forni. All’inizio di novembre tocca a nove Paesi, Italia compresa, con le Coop di Catania e Palermo. Nella stessa notte vengono colpiti i frigoriferi delle banche del sangue di tre regioni francesi. Poi i falsi allarmi bomba: sette voli il 3 novembre, almeno ventisette ieri, con un Finnair scortato dai caccia fino a Fiumicino. Nei primi nove mesi dell’anno, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha contato 1.992 incidenti con impatto confermato.
Il Cremlino nega, a cominciare dai frigoriferi. Ma la soglia di attribuzione non è un dato tecnico, è una scelta politica. Berlino ha indicato Mosca per Lipsia. Varsavia arresta spie russe una settimana sì e l’altra pure. Ieri un tribunale di Helsinki ha condannato per sabotaggio il capitano russo che aveva tranciato i cavi nel Golfo di Finlandia. E il 14 ottobre Giorgia Meloni ha definito la guerra ibrida la «nuova normalità». Il nome, insomma, lo conosce chiunque sia disposto a pronunciarlo. Dichiararlo innominabile significa giocare con le regole che l’aggressore ha scritto per sé, ma al momento non c’è alternativa se non dichiararlo innocente, come fa tutti i giorni Marco Travaglio.
Ma se il colpevole non si vuole nominare, resta sempre da decidere chi aiutare, e come. Qui la storia italiana è meno ibrida e più lineare. Crosetto ammette che Kyjiv fatica a difendersi perché la tecnologia russa si è evoluta, e annuncia un nuovo pacchetto di armi. Secondo Reuters sarà il tredicesimo dal 2022, il primo del 2026, a quasi un anno dal precedente. Il ministro lo illustrerà al Copasir il 10 novembre, e potrebbe contenere gli Aster per il Samp/T. Lunedì la Linea chiedeva proprio di «mandare il tredicesimo pacchetto con l’antiaerea dentro». Bene. Ma un anno di attesa, mentre Mosca prepara l’inverno contro le centrali ucraine, non è una soglia di attribuzione di responsabili. È una soglia di decisione, e l’abbiamo fissata noi.
Novità di ieri, la lettera. Ieri mattina la Linea ricordava la domanda che la premier aveva posto il 14 ottobre: chi parla per l’Europa al tavolo sull’Ucraina, e con quale mandato? E concludeva: «Questione seria, rimasta senza risposta». Qualche ora dopo Palazzo Chigi ha spedito ad António Costa una lettera che comincia così: «Sono costretta a tornare su un tema che ho più volte sollevato». Meloni chiede che si decida «una volta per tutte chi siede al tavolo negoziale in rappresentanza dell’Unione europea, e con quale mandato». L’Italia, avverte, non accetterà che si negozino «in assenza di un mandato, impegni che anche la nostra Nazione sarà poi chiamata ad assumere». Kaja Kallas in serata ha fatto sapere di essere d’accordo. Se ne parlerà a Dublino il 13 novembre, per decidere a dicembre.
Alla lettera però manca un pezzo. La Linea aggiungeva che «chi non mette niente sul tavolo difficilmente ottiene una sedia». Meloni ha risposto in anticipo che la sedia non la vuole: «Non chiedo questo ruolo né per me né per l’Italia». Gesto elegante, ma anche comodo, perché la dispensa dal dire che cosa l’Italia metterebbe sul tavolo. Non i soldati, sempre esclusi. E finora nemmeno le armi, arrivate con un anno di ritardo. Un’Europa con una sola voce è una richiesta giusta. Ma una voce si misura anche da quello che si fa in concreto, dalle armi promesse e fatte arrivare. Il colpevole della guerra sotto soglia forse non si può nominare. I missili per chi la subisce sì: hanno un nome, un numero di serie e, si spera, una data di consegna.
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