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People celebrate outside the National Assembly, after Aleksandar Vucic, leader of the right-wing Serbian Progressive Party (SNS) conceded defeat in the parliamentary election in Belgrade, Serbia, Sunday, Oct. 25, 2026. (AP Photo/Armin Durgut) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Il 25 ottobre, la Serbia ci ha fatto una bella sorpresa. La Lista Studenti ha ottenuto circa il 52-53 per cento dei voti e la maggioranza assoluta in Parlamento, con un’affluenza record vicina al settanta per cento. Aleksandar Vučić ha ammesso la sconfitta: dopo quattordici anni di potere, un ciclo si è chiuso con il voto, non con la forza. Il Paese ritrova una prospettiva democratica concreta e, con essa, una possibilità concreta di riaprire il dialogo con l’Europa.

Bruxelles ha reagito subito e con calore. Ursula von der Leyen e António Costa si sono congratulati con la Lista e hanno offerto sostegno alle riforme su stato di diritto, libertà dei media e lotta alla corruzione. La commissaria Marta Kos ha parlato di «nuovo capitolo» e di porta aperta. Non sono solo parole di circostanza: il negoziato di adesione era fermo dal 2021, con 22 capitoli aperti su 35 e due soli chiusi. Rimosso l’ostacolo politico rappresentato da Vučić, le condizioni di partenza cambiano.

Il nodo più controverso resta il rapporto con la Russia. Vučić, alleato storico di Putin, ha denunciato interferenze europee e un deep state americano anti-Trump, e ha previsto sanzioni contro Mosca entro la primavera 2027. Alcuni media russi e filo-russi hanno ripreso la narrazione, presentando la Lista come appaltatrice di interessi occidentali.

Dall’altro lato non sono mancate le critiche alla Lista, accusata di non prendere le distanze dal Cremlino. Sulla politica estera il programma è pragmatico. Secondo il Foreign Policy Forum e i testi ufficiali, la Lista mantiene la neutralità militare proclamata nel 2007; vuole «preservare il partenariato tradizionale» con Mosca, soprattutto per il coordinamento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’integrità territoriale serba, cioè il Kosovo; si oppone alle sanzioni, giudicandole controproducenti alla luce dell’esperienza serba degli anni Novanta. Allo stesso tempo riafferma l’integrità territoriale dell’Ucraina, sostiene una soluzione pacifica del conflitto e privilegia il partenariato economico con gli Stati membri UE, lasciando l’eventuale adesione a un referendum, senza chiudere porte. Il Times ha notato che in campagna ha evitato di alienarsi un’opinione pubblica storicamente simpatetica con Mosca, ma ha anche riportato le critiche di candidati come l’ex governatore della Banca centrale Dejan Šoškić all’ingerenza di Putin a favore di Vučić.

Tra i sostenitori europei degli studenti c’è Sandro Gozi, segretario generale del Partito Democratico Europeo ed eurodeputato di Renew Europe. Il PDE è stato al fianco degli studenti per tutta la durata delle proteste e ha sostenuto la candidatura del movimento al Premio Sakharov. A settembre dello scorso anno Gozi era a Belgrado, e all’Europe House ha definito i giovani serbi «la nuova generazione di democratici che rappresentano la speranza europea della Serbia». Dopo il voto ha scritto che la vittoria è «il frutto di un’intera generazione di giovani» capace di convincere cittadini di ogni età che il cambiamento era possibile, e che, dopo la sconfitta di Orbán in Ungheria, «anche Belgrado invia un chiaro messaggio all’Europa».

I media più autorevoli (Guardian, Financial Times, Reuters, BBC) hanno letto il voto come un segnale di vitalità democratica nei Balcani, paragonabile alla caduta di Viktor Orbán, mentre le cautele sul filo-russismo sono rimaste secondarie. Ed è giusto così: a essere stato mandato a casa è il putiniano Vučić, simbolo di un potere personalizzato e di una corruzione endemica, sconfitto da una mobilitazione civica senza precedenti. Le ambiguità in politica estera sono reali e riflettono vincoli strutturali (energia, opinione pubblica, Kosovo), ma non cancellano il significato democratico del risultato.

Il programma su magistratura indipendente, lotta alla corruzione, liberazione dei media pubblici e de-partitizzazione delle istituzioni coincide con i temi su cui Bruxelles insiste da anni senza risultati strutturali. Se il nuovo governo produrrà risultati misurabili, lo sblocco dei negoziati diventerà possibile. Il vero banco di prova è ora la capacità di formare un esecutivo e di tradurre le promesse in fatti.

Per questo credo che Nona Mikhelidze, ricercatrice senior presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), abbia indicato il taglio giusto: «Prima ancora che una questione di schieramenti internazionali, è una questione di principi. Ridurre tutto alla domanda “sono antirussi?” significa ignorare la questione più importante – quale modello di società e di potere vogliono affermare? Perché il punto non è stabilire se un movimento sia filorusso o antirusso. Il punto è capire da che parte stia rispetto alla libertà, alla democrazia e alla responsabilità del potere. È solo partendo da questi principi che, semmai, si può capire se sia filorusso oppure no».

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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