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Isola d’Elba

L’Isola d’Elba è bellissima. È un dato oggettivo e chiunque abbia avuto la fortuna di andarci non può sostenere il contrario. Il turista che ci ha trascorso le vacanze estive non può non essere rimasto ammaliato dalle spiagge, dal mare con quell’inconfondibile tonalità tra l’azzurro e il verde, dai piccoli borghi, dalle passeggiate sui monti e dalle scorpacciate di caciucco. Poi c’è chi ci va da anni, per cui l’Elba alla fine è diventata un po’ casa. E quando un posto diventa casa succede inevitabilmente che si costruiscano dei riti, una serie di appuntamenti irrinunciabili, gli stessi da anni, che non si ha alcun motivo di cambiare perché sono una garanzia, soprattutto fuori stagione.

Il Panificio Bertelli a Marina di Campo è un’istituzione, uno di quei posti a cui si deve destinare una parte della vacanza considerando il tempo che si trascorrerà pazientemente in fila ad aspettare il proprio turno. La coda si allunga fuori dal negozio perché dentro l’aria condizionata ci sarebbe anche, ma non l’accendono, perché non vorrai mica ammalarti per lo sbalzo di temperatura? La produzione è varia, pane e dolci come in ogni forno che si rispetti, ma la fila si forma soprattutto per la schiaccia. Guai a chiamarla focaccia, fanno finta di non capire cosa si sta chiedendo. È alta, soffice, con una leggera crosticina dorata in superficie, e va mangiata subito. Si esce dal forno, ci si siede sulla panca di pietra lì fuori e si comincia. Perché se si aspetta, magari si porta a casa e poi la si scalda, non è più la stessa cosa.

La pizza, invece, è quella del Castagnacciaio, piccolo locale infognato nei vicoli di Portoferraio. Da anni ci chiediamo perché non lo rinnovino: panche e tavoloni di legno, niente aria condizionata, perché tanto c’è il forno a legna a dettare la temperatura. Le posate ci sono, ma bisogna chiederle. Il nome, ovviamente, rende omaggio al castagnaccio, ottimo e preparato secondo la ricetta della tradizione. Però qui si deve assaggiare la pizza, rettangolare e sottile, con il bordo croccante e buona come non si può immaginare. Ci si viene in pellegrinaggio per mangiarla e spesso una non basta. Quindi due pizze, oppure una pizza e una porzione di cecina: morbida, per niente asciutta, memorabile. Poi si può tornare a casa a piedi, l’isola è grande abbastanza da consentire di digerire tutto. Al forno c’è da anni Vincenzo, che non molla un colpo e sfida temperature insopportabili con la dedizione di chi sembra avere una missione da compiere.

I trend musicali del momento porterebbero in tutt’altra direzione, ma la colonna sonora dell’estate elbana è una sola: Nicola Mei e la sua chitarra. Non me ce vogliano i ragazzi del Trio delle Meraviglie, che allietano le serate nei locali dell’isola con un ragguardevole repertorio, capace di soddisfare egregiamente quella fascia di quaranta-cinquantenni che all’Elba ha avuto il privilegio di tornare più e più volte. I nostalgici di voce e chitarra, però, quelli che non vanno al Club 64, aspettano ansiosi il calendario di Nicola Mei. Ai tempi di Giannino suonava dalle due di notte e si aspettava mangiando le pennette alla vodka; oggi alle ventitré è già sul palco e ci si possono godere i suoi medley, che spaziano da Tracy Chapman ad Adriano Pappalardo passando per Gloria Gaynor, solo fino a mezzanotte. Perché pur essendo un mito, lui è uno di noi e l’età suggerisce che a una certa ci si riposi. Chissà se quando intona “Bocca di Rosa” sa che quel Sant’Ilario a cui si riferiva De André è un paesino ligure, non quello che si vede dal Tinello…

Tinello che recentemente è stato rilevato dagli stessi produttori dei Vini Cecilia, Lorenzo e Renato, anima milanese e cuore elbano. Hanno ereditato le vigne dallo zio, ingegnere e artista, autore anche delle grafiche delle inconfondibili etichette. Undici ettari distribuiti in quattro piccoli poderi, dove coltivano Vermentino, Ansonica e Aleatico nel solco della tradizione locale. Poi c’è il Setteterre, Chardonnay in purezza da vigne a un chilometro dal mare, affinato per otto mesi in barrique di quercia francese e prodotto in appena ottocento bottiglie. Bisogna cercarlo a giugno, perché ad agosto è già finito. E se lo si trova, farne scorta da portare a casa: ha il vantaggio di riportarti all’Elba anche quando si è già rientrati in città.

Se si vuole cenare da Piero a Marciana bisogna chiamarlo sul cellulare con discreto anticipo. Il ristorante, in realtà, si chiama Rendez Vous, ma tutti vanno a cena da Piero. L’orario della prenotazione deve essere rigorosamente precedente al tramonto, perché lo spettacolo comincia prima ancora che arrivi il primo piatto. Il menu c’è, per i turisti. Chi lo conosce non ha bisogno di consultarlo. Si inizia con la patata, che tutti hanno provato a replicare a casa con risultati mediamente deludenti, perché c’è quell’ingrediente che solo loro conoscono e che non rivelano nemmeno sotto tortura. Poi la pezzogna alla brace, che non si scorda. Si chiude con il sorbetto al limone, icona vintage, che altrove nessuno ordina più e che qui si deve assaggiare. Piero è soprattutto un padrone di casa formidabile: si ricorda sempre dei clienti, ha servito pesce alla brace ai genitori e oggi accoglie i figli con la stessa instancabile gentilezza. Chissà se è davvero elbano.

In questo mare di inossidabili certezze, Osteria Pepenero è la sorpresa. Niente vista mare, siamo nei vicoli più caratteristici di Portoferraio, tra panni stesi e gatti accoccolati sui gradini che salgono verso il Forte. In mezzo a tanti ristoranti di pesce certamente ottimi ma spesso accomunati da menu che sembrano compilati seguendo un prontuario del tipo «se hai un ristorante all’Elba devi servire questi piatti», Pepenero decide di uscire dal coro. C’è ricerca, ci sono accostamenti meno prevedibili e ci sono fornitori rigorosamente locali, dichiarati ed esibiti con fierezza. Qui conviene ordinare il menu degustazione, sette portate che cambiano ogni settimana perché gli ingredienti sono davvero stagionali, non solo quando bisogna scriverlo sul sito. Gamberi rosa, curry e panna acida; razza e salsa tonnata; ditali e cicale: li citiamo perché sono memorabili, anche se con ogni probabilità, nel momento in cui leggerete, saranno già stati sostituiti da piatti nuovi. Menzione speciale per la colonna sonora, rigorosamente italiana anni Ottanta. Una bella sorpresa. Di quelle che, se continua così, tra qualche anno smetteremo di chiamare sorpresa e finirà direttamente nell’elenco degli immancabili.

L’articolo Isola d’Elba, i locali imprescindibili e una sorpresa proviene da Linkiesta.it.

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