
Sottovalutare Elly Schlein è un errore: potrà piacere o no, ma la segretaria del Pd non è una sprovveduta, come pensano alcuni grandi vecchi del suo partito. Schlein è una seria professionista della politica, brava a farsi scivolare addosso le feroci critiche che riceve dalla destra e a smontare i complotti orditi dentro casa, ma anche pronta a liquidare con una certa spregiudicatezza quel pezzo di partito insoddisfatto dell’addio alla vocazione maggioritaria del Pd.
All’assemblea nazionale di domenica, Schlein ha fatto le sue proposte su sanità, istruzione, ed economia, delineando di fatto il programma del governo di centrosinistra, astutamente senza mai fare cenno a Giuseppe Conte né ad altri fastidiosi ma ininfluenti alleati. La realtà però è leggermente diversa da come l’ha prospettata Schlein davanti ai compagni di partito, perché in questi anni la linea di Conte è stata più egemonica della sua, che al contrario è stata sempre gregaria perché concentrata a tenere insieme i cocci populisti e radicali dell’opposizione.
Alla Nuvola di Roma, Schlein è stata molto abile a trasformare l’improbabile coalizione che vorrebbe guidare fino a Palazzo Chigi in un’alternativa sociale a Giorgia Meloni. Ma non ha fugato i dubbi sulla difesa dell’Ucraina, come hanno sottolineato durante il dibattito Giorgio Gori e qualche altro riformista. Sono rimaste anche le ambiguità su Israele, come ha fatto notare Marco Pierini, così come l’ipocrisia furbetta e truffaldina del “no al riarmo nazionale” e del “sì a quello europeo” come se Schlein non sapesse che l’Europa è una confederazione di Stati e che la difesa (purtroppo) non è materia di competenza di Bruxelles, ma dei singoli paesi membri. Quindi dire di no all’aumento della spesa pubblica sulla difesa e di sì alla difesa comune europea, nel pieno di un attacco russo alle istituzioni democratiche europee, è un modo ingannevole e disonesto per cercare di salvare la rispettabilità europeista del Pd, lasciando però, come imposto dagli alleati di coalizione, che l’Europa resti in balìa delle mire imperialiste russe e degli umori dell’America trumpiana.
Questi dubbi, queste ambiguità, queste ipocrisie nei prossimi mesi dovranno poi confrontarsi con le istanze degli alleati che le alimenteranno ulteriormente, fino a spostare il posizionamento della coalizione di sinistra su territori molto lontani da quello originario e fondativo del Partito Democratico e del socialismo europeo.
È sbagliato sottovalutare Schlein, d’accordo, ma finora a dare le carte è sempre stato Conte, non lei.
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